di Marco Sebastiani
Ekam sat vipra bahuda vadanti, è uno dei versi vedici più famosi, citati e probabilmente fraintesi del Rig Veda, il corpus più antico dei testi sacri induisti. E' tratto dall'Asyavāmīya Sūkta una sezione attribuita al rishi Dīrghatamas. Dico fraintesi perchè l'interpretazione "la verità è una" è molto forzata, il testo recita proprio, come vedremo, il riferimento alla divinità, e forse alla Realtà. Come ogni verso del Rig Veda il testo è però piuttosto criptico e si presta a varie interpretazioni. Non nascondo il fascino, la bellezza e la modernità del riferimento all'unica verità e all'unica realtà, ma siamo evidentemente in una modernizzazione dell'opera. L'ambito è inequivocabilmente religioso, è questo verso conferma l'Induismo come uno dei più antichi monoteismi dell'umanità. Ma veniamo all'analisi del testo:
Ṛgveda I.164.46
इन्द्रं॑ मि॒त्रं वरु॑णम॒ग्निमा॑हु॒रथो॑ दि॒व्यः स सु॑प॒र्णो ग॒रुत्मा॑न् ।
एकं॒ सद्विप्रा॑ बहु॒धा व॑दन्त्य॒ग्निं य॒मं मा॑त॒रिश्वा॑नमाहुः ॥
indraṃ mitraṃ varuṇam agnim āhur atho divyaḥ sa suparṇo garutmān |
ekaṃ sad viprā bahudhā vadanty agniṃ yamaṃ mātariśvānam āhuḥ ||
Traduzione letterale
-Indram: Indra, il re degli dei e signore della folgore. Accusativo singolare maschile.
-Mitram: Mitra, la divinità dei contratti e della luce solare mattutina. Accusativo singolare maschile.
-Varuṇam: Varuna, il garante dell'ordine cosmico e delle acque. Accusativo singolare maschile.
-Agnim: Agni, il fuoco sacro del sacrificio. Accusativo singolare maschile.
-Āhuḥ: Chiamano, dicono, proclamano. Terza persona plurale del perfetto attivo della radice ah.
-Atho: E inoltre, anche, altresì. Particola e avverbio.
-Divyaḥ: Celeste, divino, solare. Nominativo singolare maschile dell'aggettivo divya.
-Sa: Egli, quello. Nominativo singolare maschile del pronome tad.
-Suparṇaḥ: L'uccello dalle belle piume o il celestiale alato. Nominativo singolare maschile del composto Su prefisso che significa bello, eccellente, bene e Parṇa ala, piuma.
-Garutmān: Garutman, l'uccello del sole (il prototipo di Garuda). Nominativo singolare maschile.
|
-Ekam: Unico, uno solo. Accusativo singolare neutro del numerale eka.
-Sat: Colui che è, l'Essere, la Realtà oggettiva, l'Esistente puro, Dio. Accusativo singolare neutro del participio presente della radice as.
-Viprāḥ: I saggi, i poeti ispirati, gli officianti dotti. Nominativo plurale maschile del sostantivo vipra.
-Bahudhā: In molti modi, con molteplici nomi, in svariate forme. Avverbio derivato da bahu.
-Vadanti: Parlano, chiamano, esprimono. Terza persona plurale del presente indicativo della radice vad.
-Agniṃ: Agni, il fuoco, il dio del fuoco. Accusativo singolare maschile.
-Yamaṃ: Yama, il primo tra i mortali e signore della legge. Accusativo singolare maschile.
-Mātariśvānam: Matarisvan, lo spirito del vento o il soffio divino. Accusativo singolare maschile.
-Āhuḥ: Chiamano. Terza persona plurale del perfetto attivo della radice ah.
Lo chiamano Indra, Mitra, Varuna, Agni, ed egli è il divino Garutman dalle belle ali. L'Essere Supremo è uno ma i saggi lo chiamano in molti modi: lo chiamano Agni, Yama, Matarisvan.
Il Rig Veda, 1.500 a.C., un testo modernissimo
Gli officianti rituali invocano la realtà chiamandola di volta in volta Indra, Mitra, Varuna o Agni, oppure la identificano con il celeste alato Garuda. Ciò che esiste è in verità un'unica e sola Realtà (Ekaṃ Sat), un unico Essere, ma i saggi la esprimono in modi molteplici, attribuendole i nomi di Agni, Yama e Matarisvan.
In un contesto vedico ancora dominato dai sacrifici rituali, yañja, diretti a pantheon di divinità separate, Dīrghatamas intuisce un principio rivoluzionario: le singole divinità non sono entità concorrenti, ma tessere o travestimenti nominali di un'unica matrice dell'Esistente (Ekaṃ Sat).
L'Asyavāmīya Sūkta rappresenta il punto di snodo in cui la religione vedica inizia a interiorizzarsi. In questi 52 aforismi poetici coesistono in embrione due grandi correnti che modelleranno il pensiero indiano successivo: da un lato l'intuizione dell'Assoluto unico che alimenterà le Upaniṣad e il Vedānta, dall'altro la polarità tra osservatore e osservato che costituirà la spina dorsale del Sāṅkhya e degli Yoga Sūtra di Patañjali.
I Nodi Tematici Principali dell'Asyavāmīya Sūkta
La Ruota del Tempo Cosmico: L'anno e il movimento del sole sono descritti come un carro con un'unica ruota a 12 razzi (i mesi) e 360 snodi o 720 raggi (i giorni e le notti). È la prima e più nitida formulazione del tempo come ciclo impermanente (cakra).
I Due Uccelli sullo Stesso Albero (Dvā Suparṇā, v. 20): La celebre allegoria di due uccelli fratelli posati sullo stesso ramo. Uno mangia i frutti dolci e amari dell'albero (l'esperienza dell'anima empirica immersa nella materia), mentre l'altro si limita a guardare in silenzio senza mangiare. Questo verso costituisce il prototipo arcaico del dualismo indiano, anticipando la scissione tra la mente agente e il Testimone immobile (Puruṣa).
L'Unità dietro la Molteplicità (Ekaṃ Sat, v. 46): Il tema che abbiamo trattato in questo articolo, la dichiarazione pionieristica secondo cui la Realtà è una sola, anche se i saggi la chiamano con nomi differenti (Indra, Mitra, Varuna, Agni).
I Quattro Livelli del Linguaggio (Vāc, v. 45): La parola sacra si articola su quattro livelli. I primi tre rimangono nascosti nelle profondità dell'essere e sono inaccessibili ai più; gli esseri umani comuni articolano soltanto il quarto livello, la parola esteriore e manifesta.
I Paradossi della Creazione e del Sacrificio: L'inno pone domande esistenziali irrisolte sulla natura dell'origine ("Chi ha visto il primo nascere?"), definendo il sacrificio (yajña) non solo come un rito, ma come il perno centrale e l'architettura invisibile dell'universo.
L'autore
La figura di Dīrghatamas è una delle più affascinanti, controverse e rivoluzionarie dell'intero panorama vedico. Nato cieco secondo la tradizione mitologica, il suo stesso nome significa letteralmente "colui che è immerso nella tenebra profonda", un'etimologia che racchiude in sé il grande paradosso della sua esistenza: l'incapacità di vedere il mondo materiale bilanciata da uno sguardo interiore capace di penetrare i misteri più reconditi dell'universo. Nella storia delle religioni, Dīrghatamas incarna l'archetipo universale del veggente cieco, una figura sovversiva che trasforma la privazione sensoriale nell'organo stesso della rivelazione metafisica.
Le narrazioni epiche e puraniche lo dipingono come un rishi, veggente, eccentrico e inclassificabile, spesso emarginato dalle élite sacerdotali del suo tempo. Si racconta che le sue pratiche eterodosse e il suo rifiuto delle convenzioni sociali lo portarono a essere scacciato dalla propria famiglia e abbandonato sulle acque del fiume Gange sopra una zattera. I confronti con altri profeti di opere sacre successive sono innegabili. Eppure, proprio questa sua posizione di emarginato rituale gli permise di sviluppare una libertà di pensiero inaudita per l'epoca. Dīrghatamas non si limitò a eseguire i sacrifici Vedici in modo meccanico, ma fu tra i primi a interrogarne la struttura profonda attraverso lo strumento del brahmodya, la sfida filosofica in forma di indovinello sacro.
A lui si attribuisce, come abbiamo visto, la paternità del primo mandala del Ṛgveda e, in particolare, dell'inno Asyavāmīya, all'interno del quale formula intuizioni che avrebbero cambiato per sempre il corso del pensiero indiano. È Dīrghatamas a coniare la celebre intuizione dell'Ekaṃ Sat, l'Essere unico a cui i poeti danno molti nomi, ponendo le basi per la successiva speculazione upaniṣadica e vedāntica. Al contempo, con la celebre allegoria dei due uccelli sullo stesso albero, egli traccia la prima intuizione della scissione tra l'anima immersa nel consumo della materia e la pura consapevolezza che si limita a osservare.
Per la storiografia religiosa, Dīrghatamas rappresenta il punto di cerniera tra il sacerdozio arcaico legato al potere cosmologico del rito e la nascita dell'indagine filosofica interiore. La sua tenebra nella vista divenne la luce con cui l'India arcaica iniziò a smontare la superficie del reale, inaugurando quella traiettoria conoscitiva che, secoli dopo, avrebbe trovato nello yoga uno dei suoi compimenti.
Tempi moderni
Nel 1893, al Parlamento delle Religioni di Chicago, Swami Vivekananda utilizzò proprio questo verso per presentare l'induismo al mondo occidentale. Lo propose non come una religione tollerante, ma come una dottrina che accetta attivamente tutte le religioni come percorsi validi verso la stessa cima. La bellezza dei grandi testi ermetici è anche questa, cambiando i contesti possono assumere nuove verità. Vivekananda utilizza questo verso in una nuova bellissima chiave panreligiosa, con un messaggio di tolleranza e integrazione splendido: le religioni, i dogmi e i rituali, sono i diversi sentieri che scalano la montagna; la vetta (la Verità) resta identica per tutti. Un ramo dell'Induismo moderno, attivo soprattutto da inizio secolo fino agli anni Settanta e Ottanta, la pensava in questo modo e si rivolgeva verso l'Occidente e il mondo globale. Ai giorni nostri questa visione è praticamente estinta in India e sicuramente minoritaria nel resto del mondo, ma non per questo ha perso la sua innegabile poesia e forza empatica nel suo messaggio di fratellanza universale tra le religioni.





